mercoledì 26 gennaio 2011

Scultura classica. [Giochiamo coi colori]


I greci ed i romani dipingevano le loro statue, un po' come sono dipinte le statue votive dei santi nelle chiese, ed è stato il tempo a togliere i colori dal bronzo e dal marmo. 
Ogni volta che vedo una ricostruzione di come doveva apparire originariamente una scultura greca (per esempio questa) resto sorpreso.
La nostra immagine della scultura classica (ma anche dell'architettura) è, secondo Paolo Liverani "uno dei più colossali fraintendimenti che la storia dell’arte conosca”*.
Ed è vero. Basta pensare al concetto di bellezza nell'arte e nell'architettura successive, che hanno preso a modello quella classica. Ve lo immaginate il David di Michelangelo colorato? E che dire di Eros e Psiche di Canova?
E verrebbe da chiedersi quanto questa rappresentazione fatta di marmi bianchi ed ombre nere abbia influenzato anche la visione che abbiamo (e che abbiamo avuto durante il 900 -brrr-) della storia, della filosofia e della cultura dei greci e dei latini).
A pensarci è una cosa che a il capogiro.

Comunque.
Oggi mi scocciavo da morire di fare un disegno.
Per questo ho aperto Photoshop, ho scontornato una foto della Venere d'Arles e mi sono messo a giocare coi colori. Mi sono divertito un sacco a scegliere ed a provare. Alla fine questa combinazione semplicissima è quella che mi piaceva di più.
Dai, la prossima volta però faccio qualcosa di mio, senza approfittare dell'opera di uno scultore classico....

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*Per saperne di più sulla policromia nella scultura greca clicca qui e qui.

domenica 16 gennaio 2011

Due schizzi che.

Due schizzi che ho buttato giù negli ultimi giorni.
Li avevo fatti per un concorso a cui forse pareciperò (odio i concorsi, ma si vince un iMac nuovo di zecca). Ma non vanno bene. A parte le espressioni da carogne, in effetti i due personaggi sono un po' fuori tema.
Li posto comunque, perchè non sono proprio malvagi. Realizzati con Illustrator e con la Wacom Bamboo.
Spero vi piacciano.




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lunedì 10 gennaio 2011

Una cosa banale.

Avevo cominciato a fare dei quadratini colorati con illustrator. Pian piano hanno cominciato a prendere vita propria e reclamare. Hanno preteso -figuratevi- di essere messi in ordine. Mi sono lasciato entusiasmare dalla loro foga e gli ho dato retta.

Alla fine però mi sono reso conto che quello che mi chiedevano era semplicemente di creare uno schema
facile facile, con i tre colori della quadricromia che scendevano progressivamente (del 10% alla volta) verso il bianco.
Uno schema facile facile.
Una cosa banale.
Una cosa che altri hanno fatto prima di me, non al computer  ma mescolando pigmenti, non digitando su una tastiera, ma aggiungendo il bianco.
Una cosa su cui cervelli fini di artisti e scenziati si sono spremuti, hanno riflettuto e speculato. Garantendo così anche a noi tonni d'oggi di poter giocare coi colori in tutta facilità.

Comunque...
Alla fine ho deciso che non potevano essere i colori a decidere.
Che cazzo, i colori non avrebbero senso senza i miei occhi per vederli ed il mio crevello per interpretarli.
E quindi ho deciso che lo schemino andava imbrigliato e soggiogato.
Ho deciso di copiarlo e ripeterlo, fino a formare un pattern.

Mi piacerebbe dire che la frase è venuta da sè, portata dal soffio divino dell'ispirazione. In realtà era un concetto sul quale rimurginavo da un po', anche se in negativo.

Dovrei realizzare dei poster così. Sono sicuro che con la presentazione giusta e la frase tradotta in inglese potrei addirittura venderli a qualche gonzo. O almeno farli finire su ffffound!...


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domenica 2 gennaio 2011

Padre Pio/Pagliacci tristi (The Wakom Experience).

Autoritratto realizzato partendo da una foto, che non sono in grado di disegnare in maniera così realistica.
Di solito per i disegni uso illustrator e poi photoshop in "post-produzione", tranne che in rari casi, tipo qui. Questa volta ho provato ad usare photoshop. Il risultato, ahimè, è questo.
Finirò a dipingere ritratti di Padre Pio e Pagliacci tristi?


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La scimmia.

Questo lavoro mi è stato commissionato da un mio amico, Conte. Che, nonostante il titolo nobiliare, le palle sul blasone ed un albero genealogico che risale ad un capitano di ventura di circa ottocento anni fa, noi chiamiamo Giggino.
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